
Stefano Solimani, dopo un esordio giovanile che già faceva presagire delle ottime potenzialità artistiche, si è conquistato negli anni della maturità la possibilità di coltivare con più libertà e passione il proprio amore per la pittura: da qualche lustro a questa parte, nella quiete della propria dimora, egli attende giorno dopo giorno alla fatica del dipingere senza che gli affanni della quotidianità possano turbare la sua ricerca, alimentata da una forza interiore che lo porta a lavorare molto, ma anche a guardare con occhio critico quanto ha realizzato, determinando così spesso il rifacimento di un’opera o semplicemente la revisione di qualche particolare. Gli ultimi risultati di questa ricerca sono rappresentati dalle ultime opere accomunate da una resa pittorica estremamente capziosa e raffinata, da uno stile sostenuto da una poderosa vena iperrealista e da una stesura del colore levigata al punto che, guardando i suoi dipinti, ci si chiede se si tratti di collage fotografici o di opere eseguite col pennello. Tanto persuasiva è infatti la sua capacità di mimesi che i seducenti nudi femminili sembrano ritagliati dalle pagine di una rivista patinata e apposti su fondi dipinti in tonalità smorzate che ne valorizzano le linee sinuose. Illuminate da una luce fredda che ne evidenzia le forme, le figure dipinte da Solimani sembrano esaurire la loro carica erotica, sottolineata da posture ed atteggiamenti ammiccanti, nella glaciale analisi anatomica dei corpi e degli sguardi severi delle modelle che ci seducono con l’esibizione sfrontata del loro corpo, ma nel contempo ci respingono per l’atteggiamento distaccato con cui si mostrano, senza reticenze o falsi pudori. Un senso di tragedia annunciata sembra scaturire dalla immagini dipinte da Solimani: lo stesso sentimento che si prova davanti a una Vanitas seicentesca, la stessa ineluttabile percezione del deperimento fisico cui nulla può opporsi. In questo modo egli documenta l’approdo morale di una società che da un lato esalta il corpo e la forma fisica, ma dall’altro lo violenta, degradandolo al ruolo di oggetto o di inerte strumento del piacere, privo di anima. Stefano Papetti
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