Quella linea di possesso geometrico della forma che corre come un destino da Fouquet a La Tour a Le Brun a David a Degas a Balthus, ha in Stefano Solimani il tramite risolutivo verso una pittura che, nata “antica”, riesce miracolosamente a diventare moderna e contemporanea.
Eppure Solimani non intende riproporre la stagione di una società estetica: semmai esattamente l’inverso. Attraverso un’arte coltivata nella sua autonomia, egli mira a prospettare un modello al quale ispirare simbolicamente lo stile della vita umana, facendoci prendere coscienza del fatto che il ritardo del pensiero politico e filosofico si manifesta non solo con riferimento al modello scientifico e tecnologico, ma anche (va detto) al modello simbolico dell’arte.
Stefano Solimani ha maturato con accelerazione quasi febbrile una visione plastica che al termine del suo percorso si compone in unità armonica. Sarebbe vano cercare un significato di queste forme al di fuori di esse e della loro partecipata e totale oggettività d’essenza. Questo dico, sia che si voglia ricercarne il senso nello stremato, sottile magistero di eleganza neo-secentesca; sia che lo si voglia fissare in un illuminante attraversamento del tempo che perviene ad un irraggiante e raggelato presente. Tutto in Solimani è contestuale; tutto è, dunque, fuori della durata del racconto. La lunga serie di interventi e di insistenze sulla forma; lo spingere ogni linea fino al suo punto limite e, infine, il manifestarsi del loro comporsi linguistico si concludono in un assieme di rivelazione che resta, nella sua essenza, inesprimibile e forse inesplicabile.

Andrea Diprè